Il tempo

di Salvatore Sconzo

Il tempo

Una parola così semplice da pronunciare e così difficile da spiegare.
Lo misuriamo con gli orologi, lo dividiamo in giorni, mesi e anni, lo rincorriamo quando abbiamo un appuntamento e lo malediciamo quando qualcosa che amiamo sta per finire.
Eppure, il tempo non lo abbiamo mai visto, vediamo ciò che riflette e quello che resta quando è passato.
Lo vediamo in un volto che cambia, in una casa che si deteriora o nella crescita di un bambino.
E ancora: in una fotografia che, ogni volta che la guardiamo, ci restituisce qualcuno che non esiste più nello stesso modo.
Forse il tempo è proprio questo: la traccia invisibile delle cose mentre si trasformano.
E se pensiamo al tempo, inevitabilmente pensiamo alla luce.
La luce… elemento a cui ha pensato Il Calamaio Elettronico e a cui vuole dare una collocazione.
E a scelto Palermo.
Ed è forse per questo che, quando abbiamo cercato un’immagine capace di raccontare il tempo, il nostro pensiero va a questa città e per essere più precisi a Piazza Villena (Si pronuncia Vigliena).
I Quattro Canti.
A Palermo c’è chi la conosce anche come il Teatro del Sole.
E ci piace pensare che non sia soltanto un nome suggestivo o evocativo, ci piace pensare che sia una realtà tangibile, perché in quella piazza il sole sembra davvero diventare un orologio.
Durante la giornata la luce si sposta sulle facciate, cambia le ombre, accende una statua e poi ne abbandona un’altra. La piazza gira come le lancette in un quadrante.
La piazza cambia continuamente volto, eppure rimane la stessa.
È la città che passa attraverso il tempo senza muoversi e, probabilmente è questa una delle tante magie dell’architettura antica ed eterna di questo luogo.
Architettura che sa raccontare il movimento e il tempo senza muoversi e senza avere un orologio.
E allora immagino molti di voi in quella piazza ignari del fatto che state attraversando e guardando il tempo.
I Quattro Canti e quello che non si vede
E forse non è un caso che Giuseppe Di Piazza nel suo romanzo I quattro canti di Palermo li trasforma nel cuore simbolico di una città raccontata attraverso le sue storie, le sue ferite, i suoi amori e la sua violenza. Anni dopo quel romanzo torna tra la gente con un titolo diverso: I cinque canti di Palermo. Ancora una trasformazione.
Un quinto canto dunque?
Ma dove si trova?
La quinta facciata non esiste…
Non c’è una quinta statua.
Non c’è una quinta fontana.
È un canto che non si vede forse?
…È il canto dell’assenza.
Quello di chi ha lasciato un luogo e continua a portarsela dentro.
Pensiamo a Ulisse e Itaca. Un uomo e la sua inseparabile terra.
E qui, amici cari la letteratura incontra il tempo in maniera quasi perfetta. Il tempo dentro il viaggio.
Perché che cos’è il tempo, se non anche ciò che ci separa da qualcosa che abbiamo amato?
Una città può rimanere nello stesso posto e, dentro di noi, diventare un’altra.
Possiamo tornare in una strada dopo vent’anni e riconoscerne ogni pietra, ogni angolo, ogni luce.
Eppure, sentirla diversa ma non per questo meno cara.
Non è cambiata soltanto la città, siamo cambiati noi.
Forse quel quinto canto invisibile è proprio questo: il tempo che passa tra noi e ciò che abbiamo lasciato e il tempo che possiamo attraversare.
Abbiamo sempre cercato di immaginare cosa accadrebbe se potessimo attraversarlo, il tempo.
H. G. Wells ci ha regalato, nel suo romanzo La macchina del tempo un mezzo capace di farlo.
Ma la letteratura non ha mai avuto davvero bisogno di una Macchina, le è bastata una pagina e un ricordo.
Proust ci ha insegnato che un sapore può spalancare una porta sul passato, Borges ha trasformato il tempo in un labirinto, Vonnegut lo ha spezzato, facendoci incontrare passato, presente e futuro come connessioni… stanze comunicanti.
E poi c’è Gabriel García Márquez.
In Cent’anni di solitudine, il tempo si ricompone in una linea.
A Macondo le generazioni si assomigliano, i nomi ritornano, gli avvenimenti sembrano ripetersi e il passato non vuole mai davvero diventare passato.
È una spirale, si torna sempre nello stesso punto ma con un volto differente.
Forse anche la nostra vita funziona così. crediamo di andare avanti fino a quando qualcosa ci riporta indietro.
Una voce, un profumo, una canzone o una città, il nostro amico a quattro zampe.
E improvvisamente siamo di nuovo lì.
Il tempo dell’amore.
C’è poi un tempo ancora più difficile da misurare.
Quello dell’amore.
Ne La meccanica del cuore, Mathias Malzieu immagina un cuore come un piccolo orologio dal meccanismo fragile, qualcosa che deve essere protetto perché possa continuare a battere. Perché possiamo continuare a vivere.
È una metafora delicata, importante perché quando amiamo diventiamo tutti un po’ orologiai.
Cerchiamo di proteggere il meccanismo, temiamo che si rompa e soprattutto vorremmo fermare le lancette proprio quando siamo felici.
Ma il tempo è inafferrabile, ed è forse proprio questa la sua crudeltà, ma anche la sua bellezza, la sua unicità.
Il tempo del giallo e del Noir
Nel giallo, invece, il tempo diventa una trappola.
Un’ora, un minuto e un alibi. Un treno che parte lentamente e tra i vagoni lanciati sulle rotaie il tempo diventa una prova del delitto.
L’assassino ha agito in quel momento e il detective deve ricostruire il tempo.
Così Agatha Cristie nell’Assassinio sull’Oriente Express unisce il delitto con la vendetta e il tempo.
Ogni minuto diventa una possibilità, ogni secondo può contenere una verità.
Così come nelle verità raccontate nel romanzo di Roberto Pegorini: Non esiste Alcun Destino.
Dove la verità forse arriva troppo tardi e il tempo ormai è volato via lasciando ombre.
Il tempo non è più soltanto ciò che passa è ciò che può smascherare o salvare o donarci la resa.
Ed è proprio in questa forma del tempo che qualcosa mozza se stesso… come nel romanzo di Salvo Barone: Il Tempo Non Aspetta Nessuno.
L’orologiaio e il romanziere
E arriviamo agli orologi.
Quegli strani oggetti che abbiamo inventato per convincerci di poter governare qualcosa che, in realtà, non possiamo governare affatto perché non ci appartiene. Almeno finché non è nelle mani del romanziere.
L’orologio conta.
Il romanziere, invece, manipola. Può prendere un giorno e trasformarlo in cento pagine, può attraversare cinquant’anni con una frase e fermarlo in un capitolo. Può riportare in vita qualcuno che non c’è più e può far incontrare persone separate da secoli.
Per questo il romanziere è un po’ come un orologiaio che smonta e rimonta il tempo.
Ne sposta gli ingranaggi, lo rallenta o lo accelera o perfino lo ferma.
Ma di certo però non può eliminarlo. Solo alcuni ci sono riusciti…
Qualche nome?
Virgina Woolf, William Faulkner, Italo Svevo, Josè Saramago.
Il tempo della scienza
Poi arriva la scienza e ci ricorda che il tempo è ancora più misterioso di quanto pensassimo.
Einstein, nel libro per bambini Il tempo non è uguale per tutti ha riportato tra le pagine la teoria secondo cui lo spazio e il tempo non sono realtà separate e immutabili come siamo abituati a immaginarle.
E la fisica continua ancora oggi a interrogarsi su cosa sia davvero il tempo.
Così come Asimov immaginò Gli Eterni, esseri capaci di intervenire nella storia modificando il passato per cambiare il futuro.
Ancora oggi quella domanda è sospesa sulle nostre teste.
La cosa sorprendente è che, mentre la scienza cerca di comprenderlo, la letteratura continua a inventare modi per raccontarlo.
Forse perché scienza e immaginazione, quando parlano del tempo, stanno cercando la stessa cosa: capire dove siamo, dove stiamo andando.
Il tempo degli animali
E chissà come lo percepiscono gli animali.
Un cane che aspetta e poi muore. Argo… il cane di Ulisse che trasforma il tempo in fedeltà, amore e abbandono della vita. Un gatto che osserva la luce cambiare, un uccello che conosce l’arrivo di una stagione prima ancora che noi ce ne accorgiamo o la tartaruga così longeva da poter trattenere il tempo in un respiro.
Il loro tempo non ha bisogno di lancette, è fatto di odori, di luce, di fame, di sonno, e di attese.
È questo il tempo più vicino alla natura e forse, poi siamo stati noi umani ad averlo complicato quando abbiamo cominciato a misurarlo. Ma la vera misura incantevole è nel romanzo di Sy Montgomery: Il tempo delle tartarughe dove il tempo rallenta così tanto da essere agli antipodi da quello umano.
Il tempo che resta
Sant’Agostino si chiedeva già, molti secoli fa, che cosa fosse davvero il tempo.
Il passato non c’è più, il futuro deve ancora arrivare, e il presente, nel momento stesso in cui proviamo ad afferrarlo, è già diventato passato.
Luciano De Crescenzo ne Il dubbio aveva intuito quanto diverso potesse essere il tempo vissuto da ciascuno di noi. Un minuto può essere interminabile, un’ora può durare quanto un battito d’ali di un’Ape, proprio come raccontato ne Il tempo e la felicità, sempre di De Crescenzo.
Un’estate può, nella nostra adolescenza sembrare eterna e durare un attimo quando siamo adulti.
Allora forse il tempo non è una linea.
Forse è una spirale che, come la luce sui Quattro Canti di Palermo, si lascia osservare.
Come le generazioni di Macondo, come le lancette di un orologio o come la memoria e/o come quel quinto canto invisibile.
Torniamo per poi allontanarci e magari ritornare ancora.
Ma ogni volta siamo diversi.
Ed è forse questo il mistero più grande.
La letteratura non può fermare il tempo ma può fare qualcosa di straordinario.
Può impedirgli di portarsi via tutto.
Una città, una voce, un volto, un amore, un ricordo e anche la storia.
Per questo continuiamo a leggere.
Perché dentro un romanzo possiamo incontrare qualcuno che non c’è più, tornare in un luogo che abbiamo lasciato o rivivere un sentimento ed esplodere in un’antica emozione anche se abbiamo attraversato cento anni e avere così la sensazione di aver posseduto il tempo.
Possiamo anche fermarci per qualche pagina dentro un solo istante.
E forse questa e la magia del Calamaio Elettronico?
Prendere parole che appartengono al presente e consegnarle al futuro?
Il tempo passa, le lancette continuano a girare e la luce continua a spostarsi sui muri intorno a noi.
Noi continuiamo a cambiare è vero… ma una storia, quando trova qualcuno disposto ad ascoltarla, continua a vivere.
Allora alla fine, è questo il nostro modo di costruire un quinto canto.
Un luogo che non esiste sulla carta geografica, ma che continua a esistere dentro di noi anche quando il tempo ha già deciso di andare oltre.

ASCOLTA LA RECENSIONE
Voce di Alessio Maria Maffei

Musica: Time di Naama Zafran

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